| Un sito dedicato all’Andalucia non poteva mancare di una breve introduzione all’arte della Tauromachia. Arte che in Andalucia diviene vera e propria cultura. Diceva Rafael el Gallo, grande torero gitano e sivigliano :”En la vida todo se torea.”E ciò e assolutamente evidente anche in altre forme artistiche tipicamente andaluse come il baile flamenco, el cante hondo, il ballo della Sevillana e, non ultimo, nell’atteggiamento verso la vita in generale. | |
| Difficile esporre, quindi,
qualcosa che non sia una semplice traccia parlando di tauromachia e non
volendo scrivere un pesante trattato, denso di date, nomi e riferimenti
che sarebbe, senza ombra di dubbio, una misera scopiazzatura della numerosa
e completa letteratura già esistente. Letteratura che verrà segnalata nei
riferimenti bibliografici più o meno essenziali ( e che potranno essere
integrati dalle segnalazioni di tutti gli aficionados volenterosi) che verranno
allegati. Ancora, le parole spagnole che potranno “scappare” nello scrivere
non verranno “evidenziate” in modo particolare, così da sorprendere e assecondare
piacevolmente lo spirito spagnolo e andaluso del visitatore sincero. La corrida è un’arte viva e in continua, anche se lenta, evoluzione. Le sue tappe fondamentali, le sue figure (intese come i toreri più importanti), nonché gli aspetti più meramente tecnici, sono tuttora oggetto di animate (e interminabili…) discussioni da parte di aficionados più o meno titolati. Dovranno, quindi, avere molta pazienza i “sapienti” di lingua spagnola e italiana per le inevitabili imprecisioni, dimenticanze, superficialità e “ingiustizie” che leggeranno in questa semplice “traccia”. Tutto il complesso edificio de las fiestas de toros, come dice il Cossìo, dalla sua nascita ai giorni nostri, si basa sull’esistenza del toro bravo. Il toro bravo appartiene ad una razza, se vogliamo, primitiva e che è stata via via estirpata in tutto il resto del mondo, salvo che in terra spagnola, nell’America latina (importata dalla Spagna) e nel sud della Francia dove, però, è presente con una varietà leggermente differente (la razza camarghese). Giulio Cesare ne parlava nei suoi “Resoconti sulla guerra in Gallia”, come di un animale feroce e possente (“urus”), già allora oggetto di caccia, per così dire, sportiva. La sua presenza è confermata nel neolitico, assieme al bisonte, a numerose varietà di cervi e al cavallo selvaggio. Compare in numerose pitture rupestri in Spagna e Francia. La scomparsa dell’uro, inteso come toro primitivo, viene fatta risalire al Basso Medio Evo, anche se al principio del XV secolo sopravviveva nei boschi della attuale Lituania al confine con la Polonia. Questo toro che probabilmente si incrocia con il toro africano, diffuso in Mesopotamia e nel Nordafrica durante il quaternario, sopravvive bene in terra spagnola dove trova un ambiente ideale per affinare e selezionare le sue qualità di ferocia y nobleza. Sicuramente già con la nascita della pastorizia l’uomo iberico, ma non solo, si era dovuto scontrare con la necessità di riunire e “incanalare” scontrosi e feroci erbivori con le corna per tenerli in spazi più o meno controllabili. Da qui la naturale esigenza di sviluppare una , seppur primitiva, tecnica per “giostrare” con le minori conseguenze possibili, tali animali. |
![]() |
![]() |
Una affascinante teoria, esposta da José Alameda nel suo interessantissimo libro “El Hilo del Toreo”, per spiegare la particolare predisposizione, tutta spagnola, alla lotta con il toro e che si è andata sviluppando nei secoli, si basa sull’effetto che ha prodotto, in termini di abitudine alla guerra (il mestiere delle armi…), la lunga permanenza araba nella penisola iberica. La penisola era un continuo teatro di scontri e battaglie, con numerose compagnie d’armi, spesso “disoccupate” per lunghi periodi. La lotta con il toro bravo diventava al contempo allenamento e svago. Naturalmente le regole erano piuttosto aleatorie e il toro veniva “domato” a colpi di lancia. A tal proposito possiamo ricordare la serie di acqueforti di Goya, “La Tauromaquia”. Già durante il primo secolo della riconquista, alla corte di don Alfonso il Casto (815), si combattevano tori tutti i giorni. E la figura del “matatoros”, personaggio che uccideva tori a pagamento, era ben definita nel XIV secolo, quando nel 1385, re Carlos II di Navarra,<<mandò pagar cinquentas libras a dos homes de Aragòn uno cristiano et el otro moro que Nos habemos fecho venir de Zaragoza por matar dos toros en nuestra presenzia, en la nuestra ciudad de Pamplona>>. Era un toreo a pie, popolare, tipico delle regioni settentrionali di Navarra, Aragona e pirenaiche in genere. |
| Il toreo a cavallo fa la sua apparizione nel XVI secolo e si diffonde la tecnica capitale della “lanzada” con la quale il torero a cavallo o a piedi aspetta la carica del toro e lo trafigge con una lancia sul rostro. Il cavallo porta già dei paraocchi. Nello stesso periodo prende sempre più piede l’arte del rejoneo come naturale conseguenza della presenza nel ruedo di abili cavalieri e agili cavalcature. Rejoneo che trova nel XVII secolo il suo apogeo con l’affermarsi della monta alla jineta, con le staffe corte e il busto del cavaliere eretto, adatta alle caratteristiche del cavallo andaluso, piccolo, leggero e scattante. Fino alla fine del secolo las fiestas de toros mantengono caratteristiche reali con, unicamente, prove di lanzada e rejoneo, nelle quali si esibiva la nobiltà che dava prova di coraggio e destrezza. Il popolo assisteva, passivo, a questi “tornei”. | ![]() |
![]() |
Il secolo XVIII vede la fine del toreo aristocratico e la sempre maggiore diffusione del toreo popolare al passo con l’evoluzione sociale e politica. Spesso la corrida avveniva senza un ordine prestabilito con un anarchico succedersi delle suertes e dei personaggi, a piedi o a cavallo, che le eseguivano. Nonostante questo apparente disordine nello svolgimento, la corrida si arricchiva di lati tecnici molto dibattuti dagli esperti dell’epoca e che avrebbero influenzato la sua evoluzione. Per esempio, la lunghezza della vara (o pica) come problema “tecnico” ci viene tramandato dal picador don Josè Daza, in attività all’inizio del settecento. Daza sottolinea come fosse più utile aspettare il toro a cavallo fermo con una vara più corta di quella regolarmente in uso ( che prevedeva una lunghezza di quattro verghe), dato che l’animale, preparandosi ad incornare il cavallo, riduce la velocità e la forza d’urto. Sicuramente, sottolinea il Cossìo, l’utilizzo della vara larga (lunga) dimostra l’influenza campera in tale suerte e giustifica il fatto che a tutt’oggi la maggior parte dei picadores siano vaqueros o figli di vaqueros ( la pica, che richiama la garrocha usata nel campo, deve essere lunga 2 metri e 55-60 centimetri, con una punta triangolare e affilata, lunga non più di 2-3 centimetri). |
| Così, nel corso del XVIII secolo, la corrida diviene sempre più popolare con un pubblico vasto e competente e città come Siviglia, Granada, Zaragoza e Madrid incominciano ad avere vere e proprie temporadas de corridas. Si accentua l’attenzione sulla qualità dei tori delle diverse ganaderias. Tra toreri esistevano già delle preferenze che in qualche modo condizionavano la scelta del ganado nelle diverse plazas. Per esempio, i tori provenienti da Salamanca e dalla Navarra erano ritenuti più “difficili” ,perché famosi per essere più leggeri e rivoltosi. Famosa la risposta che dette Romero, in presenza di Costillares e Pepe Hillo al direttore di una corrida , con tori casigliani che i suoi compagni presenti si rifiutavano di combattere:” Non ho nessuna difficoltà a farlo a patto che siano tori da pascolo”. Sottolineava il fatto che tori più “istruiti” sarebbero stati sicuramente più pericolosi e che, allo stesso tempo, non faceva distinzione “tecnica” tra tori di diversa provenienza. Sulla base delle ancora sensibili differenze regionali dell’arte della tauromachia, nel secolo XVIII, la corrida possiede ancora caratteristiche regionali. Questo era vero anche all’interno della stessa Andalusia, dove i Palomos e i Rodriguez come Joaquin Rodriguez ( Costillares ) famosi a Siviglia, difficilmente sconfinavano fino a Ronda, patria dei Romero con Francisco in testa. Il più famoso della casata dei Romero passa per essere l’inventore della muleta, anche se la cosa appare imprecisa e improbabile. La muleta ha subito un’evoluzione di almeno due secoli e da un tempo sicuramente anteriore a Romero. Sicuramente però, egli ha contribuito alla sua diffusione e al suo utilizzo. | |
| La prima volta che la muleta viene citata come strumento base per la lidia è nella seconda edizione de la “Tauromaquia” di Pepe Hillo del 1804; assai posteriore all’utilizzo innovatore di tale strumento da parte di Costillares. Nel suo trattato (che pare di fatto solo firmato, ma opera di altri) Pepe Hillo è prodigo di regole, lui così temerario nella pratica,e sottolinea, ancora una volta, la differenza tra la scuola rondena e la Sivigliana; la prima finalizzata all’uccisione del toro e la seconda , che pone l’accento su altre suertes e dell’importanza di “cargar la suerte”. Parlando, per esempio della capa, e in particolare de la suerte de frente o veronica, sottolinea l’importanza di lasciar venire il toro e, quando giunge a giurisdizione, cargar la suerte, torcere cioè il corpo di profilo verso fuori e allargare le braccia quanto si può, fino a quando il toro non è passato. Costillares sembra però essere stato il primo, ormai verso la fine del XVIII secolo, ad imporre la muleta come strumento di “morte” nella suerte de matar; teorizza il suo uso “offensivo” nella sorte suprema, per distrarre il toro e permettere il posizionamento della spada proiettandosi verso la testa del cornuto. | ![]() |
| L’importanza della
figura di Costillares
non si ferma solo all’esaltazione dell’uso della muleta, all’evoluzione
del gioco di capa e all’uso rigoroso e “definitivo” della spada, ma sconfina
ben oltre contribuendo in modo fondamentale all’affermazione e al prestigio
della figura del torero a piedi. E’ il 1793 quando Joaquìn Rodrìguez chiede che anche i toreri portino galloni d’argento come, fino ad allora, avevano portato solo i picador, e la Maestranza accetta. Il secolo XIX , orfano dei Romero, Costillares e Pepe Hillo, inizia in totale decadenza per la fiesta nacional, almeno nei primi anni. Sopravissuta allle vicissitudini della guerra civile e alla visione romantica e nostalgica tramandata da Lord Byron, l’arte della corrida viene tenuta in vita da Jerònimo José Candido, genero di Pedro Romero e suo discepolo, che, con figure come Montes , el Chiclanero, Lagartijo, Guerrita y Joselito , ha costituito la “cordata” che ha traghettato la tauromaquia nel XX secolo. Candido, esponente della scuola di Chiclana, è stato il precursore del toreo eclettico, nel quale fondeva al contempo il valore e la licenziosità del sivigliano Pepe Hillo e l’austerità del rondeno Romero. Erede e continuatore ideale dei due grandi predecessori, morì povero a 68 anni (1838), dopo aver toreato fino all’anno prima e aver codiretto la Scuola di Tauromaquia di Siviglia. Tale scuola viene infatti fondata il 28 maggio del 1830 e vede, oltre che Jeronimo Candido come maestro, Pedro Romero nominato “primo” maestro su sua propria e risentita richiesta. Aveva all’epoca 76 anni. Nel 1830 appare per la prima volta, Francisco Montes (Paquiro), nativo di Chiclana e esponente, per così dire, moderno, della scuola rondena e continuatore ideale del toreo di Candido. Paquiro incarna le caratteristiche e le qualità del torero “moderno”, rendendo più aggraziata la rigorosità rondena, qualità che esalterà durante la sua carriera. Abile di capa, che usava con maestria, non disdegnava il salto alla garrocha y al trascuerno, forte del suo atletismo. Il toreo di capa , era allora, il perno di tutta la lidia, mentre con la muleta si davano giusto due passi per preparare il toro alla morte. Tutto questo traspare nella sua arguta “Tauromaquia”, pubblicata nel 1836. Nel 1848 si ritirerà dalle arene per poi tornarvi, spinto da esigenze economiche, nel luglio del 1850 a Madrid. In tale occasione verrà ferito gravemente. Dopo una lenta guarigione e un paio di ricadute per infezioni, morirà il 4 aprile del 1851 a 46 anni. Alla scomparsa di Montes segue un periodo di scarso significato per l’evoluzione del toreo, sino alla comparsa di Francisco Arjona in arte Cuchares. Suo contemporaneo e rivale fu Josè Redondo, el Chiclanero, con il quale sviluppò una proficua rivalità. Cuchares ebbe il grande merito di nobilitare il toreo di muleta, che finalmente, nelle sue mani, divenne fine a se stesso e non una semplice preparazione all’uccisione. Da qui l’espressione popolare , “arte di Cuchares”, per indicare in particolare il toreo di muleta. El Chiclanero fu anch’egli un grande torero, completo ed eclettico, con un notevole seguito e spesso causa di irascibilità da parte di Cuchares, che mal sopportava la sua simpatica esuberanza. Morì a trentatré anni di tisi al culmine della sua fama. Mentre Cuchares, dopo aver contribuito in modo significativo a spostare il baricentro della corrida verso il terzo di muleta, morirà di peste all’Avana nel 1868 durante una tournè invernale. Cuchares e el Chiclanero inaugurano una tradizione che vede la “rivalità” tra due toreri, dividere l’aficion. Dopo di loro el Tato e el Gordito, Lagartijo e Frascuelo, e dopo un interregno unico di Guerrita, Bombita e Machaquito e, in fine, nel xx secolo, la colossale coppia di Joselito e Belmonte che ci catapulta senza indugio nell’epoca della corrida moderna. |
|