Andalucia Musica y Bailes Flamenco
Oggi la Spagna é membro temporaneo del Consiglio di Sicurezza dell ONU, vanta il deficit zero nei suoi conti pubblici, aspira ad entrare in un prossimo futuro nel G7.

Ha sviluppato in breve tempo un processo di industralizzazione e di modernazione invidiabile. Eppure per milioni di turisti stranieri che la visitano e per non pochi spagnoli la doppia immagine del paese continua ad essere quella di un uomo davanti ad un toro o quella de una chitarra che accompagna la voce vibrante di un cantaor o la forza trascinatrice del ballo flamenco. La maggior parte dei turisti che  passano per una plaza de toros bollano la corrida come uno spettacolo barbaro e sanguinario e quelli, che incolonnati dalle agenzie turistiche affollano mediocri "tablaos", ne ricavano un 'immagine solamente effettista e superficiale dello spettacolo. Il mondo della corrida e quello dell'arte flamenca, tradizionalmente vincolati nel tempo e nello spazio, sono istituzioni profodamente radicate nella vita e nella tradizione del popolo spagnolo. Scrisse Ortega y Gasset "Non si puó intendere la storia di Spagna, almeno dal 1650 in poi, se non s'intende la corrida"

Ci ricorda Miguel de Unamuno "... la tradición es la sustancia de la Historia."

 E' innegabile la preponderanza e il protagonismo, che ha avuto l'Andalusia nella creazione e nello sviluppo storico di queste due arti.
Ambedue nascono e si diffondono in un suolo appropriato, geograficamente e geneticamente parlando ambedue sono ripeto,, un fenomeno strettamente andaluso.
O miglior detto la sua culla é la bassa Andalusia, la Andalusia atlantica, il triangolo magico che ha i suoi vertici a nord in Siviglia ed a sud in Cadice passando per Jerez de la Frontera.
Questa é la patria del cante e del baile: é il suo habitat naturale.
L'ottanta per cento delle forme flamenche, che conosciamo, nacquero in questa zona e da lí vengono le modalitá del cante piú puro, quale la toná, la soleá, la siguiriya,la buleria.
Si puó affermare senza dubbio di errore che l'intensitá e l'autenticitá flamenca é strettamente vincolata a quella  zona geografica.
Questa vincolazione é un fatto di prim'ordine e lo dimostra la circostanza del suo permanere nel tempo.
Ma tutto questo non sarebbe stato sufficiente senza la componente umana e senza l'apporto decisivo dei gitani.

I gitani erano emigrati dalla lontana India a principio del secolo IX, ma soltanto nel XIV e XV secolo iniziarono ad affacciarsi in Europa.
Vivendo una dura esistenza di persecuzione e di emarginazione, riuscirono a conservarsi come gruppo omogenico ed ermetico, come lo é la comunitá giudea.
Dopo un lungo e tormentato vagabondare per l'Europa  e per la Spagna  i gitani, arrivati in Andalusia, ivi trovarono se non precisamente la terra promessa, almeno  un rifugio dove non furono respinti del tutto ed in tal modo attenersi alle leggi, che proibivano loro il nomadismo.
Lí  i gitani iniziarono ad adattarsi alla vita sedentaria abituandosi rapidamente al carattere umano della regione, senza perdere le loro abitudini tribali.
Nel trascorso di due secoli si "andaluzaron" completamente.
Nello stesso tempo sorgevano quartieri, piú o meno omogenei in Jerez de la Frontera (il barrio de Santiago, in Cadice (La Viña e Santa Maria) e principalmente Siviglia con il suo " barrio de Triana".
In questi stessi quartieri incontrarono altri emarginati, i musulmani, i pochi che erano riusciti a sopravvivere ai decreti di espulsione  e alla pulizia etnica dei los Reyes Catolicos dopo la Reconquista.
Grazie ai"moriscos", come venivano chiamati, la tradizione musicale arabo-andalusa sopravvisse con forza e purezza in tutta l'Andalusia.
I ritmi e le melodie originali dell'India  incontrarono il folklore locale e con la loro innata capacitá di assimilazione i gitani  li assorbirono.
Ne possiamo dimenticare la tradizione andalusa del ritmo e della danza, che si perde nella notte dei tempi. Chi non ricorda le "puellae" gaditane, cantate da Catullo e  da Marziale, che allietavano con le loro danze le feste dei ricchi romani?
Cosí, immaginiamo, si formarono i primitivi canti gitano-andalusi.
Finché i gitani non cominciarono a cantare "por siguiriya,soleá ecc.non si puó parlare di cante flamenco. Peró fino a quando non arrivarono e non si stabilirono in Andalusia, i gitani non cantavano niente di simile al flamenco. In conclusione i due termini si esigono a vicenda.
Fin dall'origine ai tempi nostri il cante e il baile flamenco é stato perció ininterrottamente gitano-andaluso.

Quando si é irridiato, come era inevitabile, al di fuori della sua terra d'origine il flamenco, se ha  guadagnato in estensione, ha perso  in intensitá e purezza.
La bassa Andalusia é ancor'oggi terra di latifondo, nonostante le tante riforme agrarie che si sono succedute  nel tempo.
Il viandante che oggi percorresse la "ruta de los toros", la strada che da Jerez de la Frontera si snoda fino alle spiaggie atlantiche, si potrá  render conto di queste immense distese di terra, dove pascolano "los toros zainos que España cria en su tierra".
Infatti
l'ottanta per cento degli allevatori di "toros bravos" si incontra in questo triangolo magico, como pure la maggioranza dei toreri in attivo e dei giovani, che aspirano a diventarlo, sono andalusi.
Esiste un insieme di similitudini estetiche ed umane fra l'arte del toreo e il flamenco. Si va dalla somiglianza del vestito o "traje de luz" del torero con il tipico abbigliamento degli artisti di flamenco specialmente quello dei "bailaores", alla somiglianza del gioco delle mani, desplantes, quiebros de cintura e altri atteggiamenti, che caratterizzano alcuni momenti dell'interpretazione delle due manifestazioni artistiche.
Ma l'analogia tra il toreo e il flamenco si manifesta nell'identificazione di concepire, sentire e realizzare da parte dei protagonisti queste due manifestazioni cosí tipicamente spagnole, ponendo di manifesto motivazioni e comportamenti comuni, fino ad arrivare ad un linguaggio e un vocabolario unitario.
Le ragioni di questa intima relazione trovano la loro origine nelle particolaritá spirituali e sociali che caratterizzano ambedue gli ambienti, quali la procedenza prevalentemente dallo stesso habitat, la tendenza a mantenere, al disopra di tutto, costumi e caratteristiche vitali proprie, sia per razza che per tradizione.
Dovuto a  questo cumulo di affinitá artistiche si puó  parlare di un uguale mondo artistico o ambiente tauroflamenco.
Si va dal grido "Olé ", che premia e accompagna nello stesso modo il successo del torero e dell'artista flamenco, a termini ambivalenti, quale "temple, tercio, remate, desplante, ecc."
Esiste un parallelismo tra le due manifestazioni in quanto alla loro interpretazione. Le "suertes de la lidia" nel toreo appaiono somiglianti ai diversi stili del cante e del baile flamenco.
Per questo il "pase natural", un passo tra i piú puri del toreo, lo si puó paragonare alla soleá o alla seguiriya, che sono forme basiche e fondamentali nel cante e nel baile flamenco, o la "chicuelina" con le"alegrias" gaditane.

Una fratellanza andalusa e popolare unisce "los toros" al flamenco. Ambedue risvegliano passioni collettive e veementi. Gli"olé", ripeto,accompagnano il successo del torero e dell'artista flamenco. Il pubblico di queste due manifestazioni é lo stesso. Nel cantaor o nel bailaor riscontri molto del portamento, della gagliardia del torero.
Ambedue sono il prodotto di quella Andalusia con suo sfondo di oliveti e maremme. Esiste per ambedue le manifestazioni artistiche il concetto dell'irrepetibilitá. Ogni "copla" cantata dallo stesso cantaor é sempre diversa e cosí ogni pase de danza. Irripetibile é la faena del torero. Si arriva frequentemente ad un interscambio di vocaboli.

Spesso ci si puó esprimere cosí:
"Manolo Caracol (gran cantaor del passato) torea(canta); Cagancho (gran torero degli anni '40) canta(torea)."
Ma anche nella letteratura si presenta spesso stesso concetto come in questa poesia di José Bergamin, gran poeta e scrittore della generazione del 27, dedicata al torero Rafael de Paula i cui versi suonano cosí:

"...Rafael de Paula torea/con la izquierda al natural/lo mismo que Manuel Torre/cantaba por soleá / y cuando le da la gana / perfila con el capote/la siguiriya gitana"

Nel torero come nell'artista flamenco, oltre la tecnica, sorge l'ispirazione,l'emozione, il"duende".
Solo nel flamenco e nel toreo esiste questa enigmatica espressione, che sorge insperata; é di una fugacitá irripetibile.
Non si pecca di esagerazione nell'affermare che prevalentemente il fenomeno del "duende",si produce nei toreri e negli artisti di razza gitana.
Ma che cos'é il "duende"? Che cos'é questo momento perfetto che sorge improvviso al nascere di un'opera d'arte, quale puó essere un cante de Fosforito o il toreo de Rafael de Paula?
Nella sua "Teoria  y Juego del Duende" Federico Garcia Lorca aveva tentato di darci una testimonianza precisa e poetica del "duende".
Sullo sfondo di una simbolica Spagna, terra e patria del dolore e della morte, agisce il "duende" o demone o spirito della terra di tipica ascendenza dionisiaca e romantica.
Egli trova realizzato il demone del "duende" nel  cante, nel baile e nella "liturgia de los toros".
La terra naturale é ovviamente il mondo arabo-gitano-andaluso.
Il magico potere del demone trasforma la realtá, suggerisce riprove estreme della purezza della rappresentazione, ove le forme si fondono in anelito superante le loro espressioni visibili.
Racconta Federico Garcia Lorca che un giorno a Cadice la "Niña de los Peines", (una tra le piú grandi cantaoras di tutti i tempi) tentó vanamente d'ingannare gli ascoltatori, fingendo nella voce il "duende".
Al sarcasmo di uno spettatore, come che a significare che a loro non importavano né la capacitá,né la tecnica, né la maestria, ma "otra cosa", la grande cantaora si alzó como una pazza, tracannó un gran bicchiere di "aguardiente" e si sedette a cantare, senza respiro, enza sfumature, con la gola bruciata ma....con "duende".
Era riuscita ad uccidere tutta l'impalcatura del canto per lasciare il passo ad un"duende"furioso, bruciante, a tal punto che gli spettatori arrivarono a lacerarsi le vesti.
Rafael de Paula, gran torero gitano di Jerez de la Frontera, quando toreando é posseduto dal "duende", puó affermare:"Cada pase que daba me salia del alma; me olvidaba de tener cuerpo".
E questo momento perfetto si trasmette e si impossessa degli spettatori, pervasi da un puro "sentimiento espiritual".
Si potrebbe continuar all'infinito a sottolineare il meraviglioso intreccio tra il toreo e il flamenco.
Permettetemi peró di terminare con questa ulteriore testimonanza di un gran bailaor, quale fu Vicente Escudero, che nel suo libro "Mi baile" cosí espone il suo pensiero:
"El estilo en el toreo tiene una autentica solera flamenca, y han sido por lo general  los toreros gitanos, quienes mejor han sabido imprimirle esta calidad.
El toreo tiene mucho del baile y el baile flamenco no es sólo movimiento; el flamenco está lleno de actitudes estáticas y no olvidamos que en él ,también, se emplea la palabra desplante.
Al toreo lo catalogo yo dentro del cante jondo.Toros y baile flamenco representan,pues,para mí, dos manifestaciones de un mismo arte de raza"